Da Il paese delle donne 11 Maggio 2023
“Maria Giudice, il suo tempo, la sua storia” – Una giornata di studio a Catania, il 9 maggio
Nel 2023 ricorre il settantesimo anniversario della morte di Maria Giudice, una figura importantissima nella storia del Novecento. A lei è dedicata una giornata di studio il 9 maggio, a Catania, che approfondirà tutti gli aspetti della vita di una donna che viene spesso ricordata solo per essere la madre di Goliarda Sapienza e che, invece, fu una socialista, sindacalista, giornalista di grande coraggio e valore.
A questo link è possibile seguire da remoto l’evento.
La registrazione della giornata può essere riascoltata su Radio radicale a questo link: https://www.radioradicale.it/scheda/697675/maria-giudice-il-suo-tempo-la-sua-storia
La giornata dedicata a Maria Giudice, che si intitola “Maria Giudice, il suo tempo, la sua storia” inizia presso l’università di Catania – Aula Magna di Palazzo Pedagaggi – alle 9.30. Dopo i saluti di benvenuto, la sessione dedicata a “L’attivista, la giornalista, la sindacalista” alla quale partecipano docenti, esponenti del sindacato, dell’associazione GIULIA Giornaliste, del collettivo DONNE (in)VISIBILI; Subito dopo, con “…e la sera andavamo tutti al cinema Diana”, l’approfondimento dell’intreccio tra la vita di Maria Giudice e la storia del cinema. Alla libreria Prampolini, alle ore 17, la giornata proseguirà con la presentazione del libro di Maria Rosa Cutrufelli Maria Giudice (Perrone editore, 2022).
Dalla presentazione dell’editore:
Chi era Maria Giudice? Per molte è semplicemente la madre di una scrittrice, Goliarda Sapienza. Capita purtroppo che le donne vengano schiacciate e compresse dentro un ruolo prestabilito, nonostante siano protagoniste della storia del loro tempo. Come Maria Giudice, per l’appunto, una delle figure più significative del ‘socialismo umanitario’ del primo Novecento. Fu la prima donna a capo della Camera del Lavoro di Torino, direttrice di giornali, dirigente del partito socialista. Conobbe l’esilio e la galera per motivi politici, prima e dopo l’avvento del fascismo. Conobbe anche diverse cliniche per malattie mentali. Ebbe dieci figli e un rapporto complicato con la maternità. Basta seguire i fili della sua vita per ricostruire gran parte della storia del Novecento. Ma questo libro non è solo il racconto del ‘secolo breve’ visto attraverso gli occhi di una donna irriducibile, è anche, per Maria Rosa Cutrufelli, un atto di riconoscenza personale nei confronti di Maria Giudice e, insieme, un atto d’amore per un’amica perduta: l’ultima figlia di Maria, Goliarda Sapienza.
https://irp.cdn-website.com/b86f8d31/files/uploaded/LOCANDINA%20Donne%20sport%20e%20parita%20di%20genere.pdf
Donne, sport e parità di genere Sensibilizzare ed educare Mercoledì 19 ottobre 2022, ore 9.00-14.00, Campidoglio, Sala Laudato Si’ Incontro promosso dalla Rete per la Parità con Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale, FICLU-Federazione Italiana delle Associazioni e Club per l’UNESCO e Società italiana di Storia dello Sport
https://irp.cdn-website.com/b86f8d31/files/uploaded/Locandina%20p.%201%20%20dalla%20piuma%20all%27algoritmo.pdf
Dalla piuma all'algoritmo. La cura della trasmissione - Giornata d'incontro e confronto su come e dove si trasmettono pensieri e scritti di donne - 29 ottobre 2022 ore 9,30 - 18,00 - Casa Internazionale delle Donne Via della Lungara 19, 00165 Roma
Promotrici: il Paese delle Donne - Associazione e Premio Università di Cassino e del Lazio Meridionale SIS - Società Italiana delle Storiche UDI - Unione Donne in Italia Casa Internazionale delle Donne di Roma
Il paese delle donne on line – rivista- Articolo di Maria Paola - articolo di Maria Paola Fiorensoli, 30 aprile 2021
Tra il grido e il silenzio scegliamo la parola
http://www.womenews.net/2021/04/30/donne-potere-denaro-la-tavola-rotonda-di-alef/
INIZIATIVA DEL 28 APRILE 2021 – H. 18 ONLINE
Tavola rotonda: DONNE POTERE DENARO
A questo link trovate la registrazione dell'intera iniziativa:
https://www.dropbox.com/sh/qvs7249lga97zzw/AAB3NVOIcBe3aAbN_XG9z9HFa?dl=0
Intervento di Giulia Rodano
Le donne hanno un rapporto più sano con il denaro e, in particolare, con il denaro pubblico, quello di tutte e di tutti?
La questione è molto complessa.
Tutte le statistiche ci dicono che le donne sono meno coinvolte in vicende di corruzione, di appropriazione indebita, di uso a fini privati delle posizioni di potere.
Certo è facile rispondere – ed è in parte anche vero – che storicamente le donne hanno avuto molte minori possibilità di gestire il denaro, proprio perché hanno avuto molto meno potere.
Ancora oggi nel nostro paese, le grandi istituzioni pubbliche dell’economia e della finanza, i luoghi dove di decide l’allocazione delle risorse sono quasi esclusivamente in mano agli uomini. Basta vedere i responsabili dei dicasteri dell’economia, dello sviluppo economico e del lavoro degli ultimi decenni, per farsene un’idea.
Quindi forse la domanda è malposta. Dovrebbe essere un’altra: esistono, nei pensieri, nelle elaborazioni delle donne, elementi che possano aiutare, spingere a vivere diversamente il rapporto con il denaro.
Esistono nella esperienza di vita delle donne, nel loro essere mai solo riassunte e riassumibili nella sfera pubblica, nell’essere le donne, nella loro generalità, sempre immerse nella doppia presenza, qualcosa che potrebbe consentire e consente di vivere la dimensione del potere e della gestione del denaro pubblico in modo diverso?
Sappiamo che il genere non è una condizione salvifica. Essere donna non garantisce e non assicura niente.
Sappiamo che non basta essere donne per fare la differenza. Abbiamo di fronte tanti esempi di questa realtà:
Le tante donne scelte dagli uomini e da questi dipendenti e condizionate;
Le tante donne che negano in qualche misura la propria appartenenza al genere, quasi che riconoscerlo fosse ammettere una debolezza;
il rischio di essere assorbite e risucchiate dai modi di essere e comportarsi nei luoghi di potere, dalla competizione, dalla necessità di omologarsi per non essere stritolate ed espulse.
Il rischi dunque, una volta giunte in situazioni in cui poter fare, poter decidere di disconoscere il proprio debito nei confronti dei milioni di donne che si sono battute a hanno consentito alle altre di andare avanti.
Ma abbiamo anche tanti esempi del contrario, della capacità delle donne di essere diverse, di comportarsi diversamente e di affermare, in particolare nella dimensione pubblica, una differenza di contenuti, obiettivi e modi di governare.
Noi siamo abituate a dire che questo avviene quando è viva e pulsante una relazione tra le donne, tra le rappresentanti e le rappresentate, quando le donne che hanno una funzione possono trarre forza, convinzione, autonomia dalle altre donne.
Tuttavia, questa relazione non si riduce certo solo a una questione, pur importante di metodo, alla capacità di coinvolgimento e di ascolto delle altre.
Si tratta al contrario di una condivisione più profonda.
Questi ultimi decenni della nostra storia sono stati segnati, proprio nell’uso delle risorse pubbliche, dalla ossessione per la riduzione della spesa, dalla scelta di ridurre gli ambiti dell’intervento pubblico, dalla assunzione del mercato e della competizione come metro fondamentale di valutazione di tutte le dimensioni della vita associata e persino della vita personale, del successo e dell’insuccesso, del valore della propria esistenza.
Le donne hanno pagato profondamente tale situazione. L’ hanno pagata con la riduzione dell’intervento sociale a sostegno della vita e degli impegni familiari, la hanno pagata con la necessità di doversi piegare alla precarietà e all’incertezza dei lavori e del relativi diritti, nella svalutazione della dimensione del sostegno sociale alle fragilità.
E hanno posto, alla discussione pubblica, la necessità di assumere un altro paradigma di valutazione, una altra gerarchia di priorità alle politiche e alle scelte che riguardano le risorse pubbliche, l’organizzazione delle nostre comunità: il paradigma della cura, della necessità, per avere una società in grado di svilupparsi armonicamente, di comunità in grado di prendersi cura delle persone, con cui condividiamo l’esistenza e dell’ambiente in cui viviamo.
Il covid ha messo in luce la drammatica fragilità delle nostre prometeiche società occidentali, incapaci, alla prova dei fatti, di tenere al sicuro i propri vecchi, di assicurare ai figli l’elementare diritto all’istruzione o di consentire trasporti adeguati a chi doveva comunque andare a lavorare, in difficoltà persino a garantire le cure mediche e ospedaliere.
Io credo che sia in queste elaborazioni delle donne, nella loro attenzione alla importanza costitutiva della dimensione della vita, che si è rivelata e può costituirsi una diversità delle donne al potere e al denaro.
Pensando alle donne che hanno fatto la differenza, che hanno lasciato un segno nella nostra storia, si può rinvenire proprio questo continuo riflettere alla condizione comune, persino alla propria vita.
Non si tratta dunque di un appello, al fondo moralistico e astratto alla dimensione del servizio nell’esercizio della politica, ma nella riflessione su come essere fedeli al proprio genere e anche alla propria vita. Si tratta, fino in fondo, di rendere politici i pensieri e le elaborazione delle donne.
Intervento di Fiorenza Taricone
Potere e danaro: una relazione ambigua
Una definizione non neutra Nel suo significato più generico e anche depurato dal genere, il potere designa la capacità o la possibilità di produrre effetti e può essere riferita sia a individui che a gruppi umani. Nella sua realtà storica e sessuata, il potere ha costituito per le donne motivo di fraintendimenti, ambiguità e malintesi all’interno di uno stesso genere e fra un genere e l’altro. Il potere per così dire orizzontale ha caratterizzato maggiormente le relazioni fra donne, mentre quello verticale ha segnato le relazioni fra donne e uomini, che hanno costruito culturalmente e politicamente una supremazia della sfera pubblica rispetto a quella privata. Come fenomeno socio-politico legittimamente e giuridicamente riconosciuto, il potere è stato dunque un rapporto fra uomini.
In rapporto alla vita in società, il potere, “specificato” nei due generi, è riferito, com’è noto, alla sfera razionale e politico-economica per gli uomini e a quella “naturale-biologica e familistica” per le donne, passando da un generico operare, alla capacità essenzialmente maschile di determinare la condotta di un altro uomo. E’ stato a sua volta tramandato e rafforzato da una rete di poteri, culturale, politico, economico giuridico, consuetudinario, che hanno fissato un canone di legittimità, identificando nel potere sociale e politico la capacità dell’uomo d’impartire comandi ai figli, o quella di un governo d’impartire comandi ai cittadini. “Per definire un certo potere non basta specificare la persona o il gruppo che lo detiene e la persona o il gruppo che vi è sottoposto: occorre anche determinare la sfera di attività alla quale il potere si riferisce, comunemente definita sfera del potere. Molto diversa è l’estensione di queste sfere: il potere fondato su una particolare competenza è confinato in un campo definito, mentre il potere politico come quello di un capo carismatico tende a essere illimitata. Quando la capacità di determinare la condotta altrui viene messa in atto, il potere da semplice possibilità si trasforma in azione, nell’esercizio del potere”. Per determinare i comportamenti altrui occorrono risorse che tradizionalmente per le donne sono state carenti: la ricchezza, la forza, l’informazione, la conoscenza, il prestigio, la legittimità, la popolarità, l’amicizia e anche rapporti di prossimità con persone che hanno un’elevata posizione di potere. Il potere ha riguardato inevitabilmente maggiormente la sfera affettiva, sessuale, familiare, dove le donne hanno talvolta esercitato poteri vicini al matriarcato, ma misconosciuti e illegittimi nella sfera pubblica. Anche le potenti favorite dei re di Francia avevano tratto profitto dalla legittimazione della bellezza, e dei loro ruoli, accettati dalla consuetudine, ma illegittimi per definizione perché fuori dal matrimonio. Anche loro restavano fondamentali come potere generativo, soprattutto quando le mogli legittime non riuscivano ad assicurare eredi, ma erano a rischio di delegittimazione ai vertici del potere stesso, paradossalmente come le regine perché la legge salica in Francia escludeva il genere femminile dalla successione al trono. Potenti, anzi potentissime, le favorite: l’esempio più famoso è stata M.me Pompadour, Jeanne Antoinette Poisson, marchesa di Pompadour, altrimenti detta Renette, la più celebre favorita del re di Francia Luigi XV e definita la donna francese più potente del XVIII secolo, anche se priva di natali nobiliari. Grazie alle sue amicizie, quindi grazie ad ambienti amicali potenti, che costituivano una risorsa determinante, riuscì a partecipare al ballo organizzato per festeggiare le nozze del Delfino e in quell'occasione conobbe Luigi XV che ne fece la sua amante. Non solo fu consacrata marchesa, ma fu riconosciuta come maîtresse-en-titre, ovverosia amante ufficiale, una carica che ben al di là dei significati sessuali, le attribuiva potere economico, politico, culturale. Fu lei, insieme a molte altre donne dimenticate, a sostenere economicamente il progetto dell’Encyclopédie, ambiziosa rivisitazione del sapere che contribuirà a rovesciare proprio quell’istituzione monarchica che le aveva dato modo di dare forma concreta all’ambizione, al desiderio di proteggere, come una mecenate, il teatro, le arti, la musica, alla politica, dettando lo stile di un intero secolo, concertando alleanze e influenzando più o meno giustamente le scelte del Re. Proprio la sua morte fu un’ennesima consacrazione del potere raggiunto: morì infatti all'età di 42 anni, un’età giovanile solo in tempi recenti, il 15 aprile 1764 a Versailles, un vero privilegio poiché era vietato ad un cortigiano di morire nel luogo in cui risiedeva il re e la sua corte. Ma i figli avuti dai sovrani, spesso saliti agli onori delle cronache politiche, potevano salire sul trono solo con un inganno, cioè fatti passare per legittimi, o sostenendo guerre di successione.
Il nodo delle risorse
Più che sulla coercizione, le donne hanno contato su una sorta di moral suasion, affidata alla capacità di persuasione, di manipolazione, alla promessa di una ricompensa, avendo spesso il loro potere caratteri di transitorietà, eccezionalità, derivazione, non trasmissibilità. Se ad esempio, una forma di governo quale il potere monarchico si basava su una discendenza in linea maschile, difficilmente le donne arrivavano a trasmettere il loro potere; unica eccezione di grande statura è stata Elisabetta I, fondatrice di una tradizione regnante in cui il potere femminile è stato consacrato, ma anche percepito come legittimo e suscitatore di grandi aspettative sociali, fino ad oggi.
La conflittualità del potere implica anche la ricerca di alleati, che ha sempre rappresentato un vulnus nelle strategie femminili. Essere potenti nella pubblica opinione ha significato anche possedere molto danaro. Per le donne, cercare alleati potenti significava pescare nelle comunità maschili, saldamente legate fra loro, socialmente, economicamente e politicamente, per il millenario riconoscimento degli uomini rispetto al loro stesso genere; un riconoscimento reciproco che alle donne è a lungo mancato, poiché la legittimità dell’esistenza veniva in primo luogo dalla maternità e quindi dalla capacità di dare vita a un altro essere, preferibilmente maschio; in secondo luogo, perché le donne non garantivano la stabilità del potere stesso, in ragione della mutevolezza attribuita al loro stesso sesso, incapace di distinguere fra ragion di stato e sentimenti, infine, un potere incerto perché ricattabili attraverso i figli.
Gli studi ormai più che trentennali sulla storia di genere e sui rapporti relazionali fra i generi, dimostrano che anche le risorse economiche sono appartenute a un genere piuttosto che a un altro e che il loro uso da parte delle donne ha sempre sofferto di crisi di legittimazione, piuttosto un effetto della casualità, o è stato tollerato come eccezione. “La relazione fra donne e potere nel discorso comune è, perlopiù, pensata come una relazione di tipo personale e privata tra le donne e gli uomini, che del potere sono detentori. D’altro canto, la storia conferma questa idea narrando di donne che hanno esercitato il potere quasi esclusivamente, a parte poche eccezioni, attraverso la loro influenza sugli uomini.
Le donne dovevano dimostrare, con una logica molto simile, mutatis mutandis, a quella attuale, di meritare l’insperato potere, guadagnandosi in tal modo la legittimità e la reputazione; in alternativa, c’era la guerra, contando su alleati maschili, deputati a questo, e da affrontare anche quando la successione era legittima, come nel caso della futura Imperatrice Maria Teresa d’Austria; chiamata dal padre a ereditare il trono imperiale di Vienna, sostenne una vera e propria guerra con alcuni stati europei, pronti a richiamare la legge salica che vietava di regnare in prima persona per sostituirla con candidati uomini; il suo Codice teresiano si rivelerà fondamentale a metà del Settecento per l’emancipazione giuridica femminile e per le donne del Lombardo-Veneto l’unificazione segnò un arretramento.
Fin dall’antichità, per le donne, difettose ontologicamente rispetto al maschile, sbilanciate verso il passionale anziché il razionale, gli ostacoli frapposti al sapere correlato al guadagno sono stati tanti; in sintesi e per brevità, ne citiamo tre: la preponderanza della cultura scritta maschile, l’estraneità dai luoghi consacrati della cultura, quali templi, accademie, laboratori, collegi, università, nonché gli ostacoli che esse stesse si sono posti considerandosi inadeguate.
L’esclusione delle donne dai luoghi ufficiali di elaborazione e diffusione della cultura istituzionale, come le Università, con la nota particolarità di Bologna che ammetteva le donne come lettrici, quindi in via d’eccezione, rendeva molto più difficile assicurarsi una reputazione di studiose e quindi l’essere socialmente considerate di per sé, piuttosto che come madri e mogli. La penalizzazione economica era legata fino all’Ottocento anche al diritto di primogenitura, il che voleva dire assicurare quasi per intero il patrimonio al maschio primogenito e le professioni liberali agli altri figli maschi: medici, avvocati, sacerdoti. L’accesso al sapere, o per meglio dire ai saperi, che ha sempre significato avere a disposizione “potere” immediatamente o mediatamente spendibile, ha costituito per le donne una conquista progressiva, superando una barriera dopo l’altra. Occorre però intendersi sui saperi che le donne ignoravano, quali intendevano acquisire ed anche quali erano consacrati come tali. Occorre ricordare cioè che il potere ha prediletto alcuni saperi rispetto ad altri, così come oggi predilige le tecnologie a scapito delle discipline umanistiche marginali rispetto ai profitti.
Sul potere indiretto femminile, quello che nell’Ottocento veniva sintetizzato dalla perifrasi che le donne avevano le chiavi del cuore e della dispensa, molto si è detto; a questo, dovremmo aggiungere un potere collegato, quello della bellezza, un potere fatto più dalla capacità di attirare gli sguardi che di costruire concetti e parole. Un potere che ha attraversato i tempi e che ancora oggi alimenta le polemiche sulle strade da percorrere per l’autoaffermazione e sugli ambiti legittimi del potere della seduzione.
Il regno del potere indiretto è stato per millenni il quotidiano, anche come luogo produttore di simboli e metafore lessicali; resta fondamentale ancora oggi e di nuovo non è un caso che sia rimasto quasi impermeabile ad una incisiva trasformazione dei ruoli in ottica paritaria e di conciliazione famiglia-lavoro. Eppure, le donne sono state, per non dire sono, le registe del quotidiano, gestendo un potere poco contrastato dagli uomini, dovendo comunque fare i conti con la svalutazione del quotidiano stesso.
L’eresia come metafora di potere politico
Le streghe, al pari delle Amazzoni, hanno accompagnato spesso l’evolversi della questione femminile, come metafore per lo più minacciose e destabilizzanti di un potere illegittimo e contro natura. L’etimologia della parola strega non proprio certa, non è di per sé rassicurante, sempre riferita al regno della natura, ad animali esteticamente non pregevoli, o addirittura inquietanti; dovrebbe discendere, infatti, dal latino strix, un rapace notturno, simile al gufo, da cui il vocabolo medioevale stria, riferito a civette o barbagianni. Da strix, nasce il nome di striges, donna malefica che si denuda, brucia due granelli d’incenso, si spalma il corpo con foglie d’alloro per trasformarsi in un uccello che succhia il sangue degli umani durante il sonno. Assolutamente duale, la strega, da un lato propinava filtri con foglie di fico selvatico, cresciuto su una tomba, sangue di rospo, ossa tolte dalle fauci di una cagna e midollo di bambino, ma era anche saggia raccoglitrice di erbe guaritrici, botanica attenta e curiosa. La strega iniziò progressivamente nei secoli del basso Medio Evo a essere considerata un’alleata di Satana, ma non nelle vesti di amante autonoma bensì una succuba. Più una giovane donna era bella, più era considerata una creatura di Satana perché invitava alla lussuria, solitamente un’attrattiva per gli uomini; i lunghi capelli sciolti sulle spalle erano considerati segno di appartenenza alla setta diabolica, perché il Diavolo era affascinato dalle chiome sparse. L’inferno su cui i demoni regnavano, responsabile di tutte le miserie che affliggevano il mondo, era essenzialmente monosessuato al maschile, e i demoni avevano quindi bisogno di emergere nel mondo visibile per sedurre le femmine. Il rituale d’incontro fra i due mondi, quello satanico e quello con la stregoneria derivata dal culto pagano, si chiamava notoriamente sabba, che è sempre stato enfatizzato nei suoi riti sessuali: il coito con il diavolo, con attività etero ed omosessuali, era una contro morale rispetto a quella sessuofobica della Chiesa, incarnata da contadine povere, donne sole, vedove, nubili, prostitute, ceti subalterni, tutte a rischio d’immoralità. La partecipazione femminile ai sabba in luoghi lontani era resa possibile dalla credenza che le donne potessero volare, di origini antiche. L’incontro-scontro della stregoneria con l’eresia cattolica durante il Medio Evo fu fatale e fece precipitare la considerazione sociale e politica della stregoneria. Il confine dell’eresia fu attraversato quando si consolidò l’idea che le streghe non fossero solo maghe, ma adoratrici del diavolo, trasformandole in individue malvage che avevano rifiutato la fede cristiana. L’inquisizione rappresentò il braccio armato. Il suo compito era inquirere, appunto individuare, trovare e perseguire tutti gli eretici. L’accusa di stregoneria era vista di buon’occhio dai vertici del potere ecclesiastico e statuale, perché consentiva l’eliminazione di nemici evitando prove concrete nei loro confronti. La caccia alle streghe poteva essere endemica o epidemica: nei villaggi piccoli serviva spesso a eliminare persone mal viste dal resto della comunità, quasi sempre povere. Le donne che incorrevano nell’accusa di stregoneria erano soprattutto levatrici, bambinaie e cuoche, coloro in definitiva che potevano avere competenze particolari nell’uso di erbe mediche e paramediche, facilmente trasferibili alla magia nera. In un’epoca infatti, in cui la mortalità dei neonati era altissima, e l’infanticidio una pratica non rarissima, l’accusa alla levatrice di aver fatto morire il neonato offriva ai genitori anche un mezzo per vendicarsi. Il Malleus Malleficarum, scritto da due domenicani, il manuale che insegnava a riconoscerle e a farle confessare, indicava nella guaritrice o nella levatrice le mentite spoglie della strega. Il processo di accentramento della pubblica professione medica, nel Cinquecento, unitamente all’esclusione femminile dalle Università accelerò il processo di messa al bando femminile dalla pratica della medicina, vietata agli ebrei e ai chierici. Le cattive cure delle streghe quindi, potevano servire anche a mascherare l’incompetenza dei medici. Le fonti letterarie abbinano anche ai poteri malefici il dato fisico della bruttezza. Ogni vecchia aveva la faccia rugosa, la fronte solcata, il labbro peloso, i denti bavosi, gli occhi strabici, la voce stridula. Oppure era zoppa, sdentata, deforme. Il quadro caratteriale era invece composto da caratteristiche quali la presunzione, la lussuria, la malinconia, la malvagità, la litigiosità. I processi alle streghe riflettono le innovazioni giuridiche introdotte fra il XIII e il XIV quali per esempio l’uso della tortura. La diffusione dei movimenti ereticali diede un forte impulso alla tortura, amministrata dai giudici civili e successivamente introdotta come procedura consueta nei tribunali dell’Inquisizione, tanto più giustificata nei processi alle streghe poiché la stregoneria era considerata un crimen exceptium, un crimine eccezionale. Le colpevoli di stregoneria, ree anche di appartenere a una contro società che si arrogava un diritto di conoscenza non consentito, per l’epoca rappresentavano anche una doppia sfida: al potere religioso, in quanto eretiche e a quello politico, in quanto donne che si attribuivano un potere illegittimo.
Il principio di autodeterminazione
L’esclusione dal diritto di proprietà e di eredità, certo con notevoli eccezioni che però non hanno inficiato la regola, ha significato, pur mantenendomi all’Italia, l’impossibilità di votare, non pagando tasse in prima persona, ma ha anche significato una separazione teorica e pratica dall’uso del denaro. Se per le nobili il lavorare da salariate rappresentava anche una certa degradazione rispetto al loro status; anche figlie della buona borghesia nel ‘900 disonoravano la famiglia se pensavano di guadagnarsi il pane autonomamente, e molto a lungo il salario maschile è stato considerato il sostentamento principale e quello femminile integrativo. Per la maggior parte delle donne il lavoro, fisso, interstiziale, precario, stagionale, multiforme, migratorio, era la sopravvivenza; ma l’autorità del capo famiglia ha sostanzialmente impedito una gestione autonoma di qualunque forma di reddito. La svalutazione del lavoro casalingo ha avuto una grossa parte. Ancora negli anni Cinquanta del ‘900, sulla carta d’identità, alla voce professione, le donne scrivevano nessuna perché la condizione di casalinga a tempo pieno, e non esente da rischi, visto che la maternità come scelta era ancora lontana, non veniva percepita come un lavoro. Rientra certamente in una eredità di lungo periodo l’idea che ha fatto ritenere del tutto legittime la volontarietà e la gratuità del lavoro femminile nell’associazionismo. I guadagni rispetto agli sforzi individuali e collettivi sono stati certamente di natura immateriale: partecipazione a organismi europei e mondiali, ma a titolo consultivo, omaggi verbali, riconoscimenti gratificanti; nella realtà le associazioni femminili dalla fine dell’Ottocento si sono riunite nelle case private anche per difficoltà di natura giuridica ed economica. Le quote sono state quasi sempre insufficienti per strategie di ampio respiro e sostenute sempre dagli sforzi personali delle Presidenti o di chi ricopriva una carica. Spesso le associazioni femminili hanno denunciato le ingiustizie che colpivano il loro stesso sesso, ma essendo svincolate da filiazioni partitiche, si sono trovate nell’impossibilità di aderire troppo apertamente a leggi o a posizioni che hanno visto nell’autonomia femminile, economica e professionale, la vera possibilità di di crescita e di scelta qualunque essa fosse. Da anni l’associazionismo femminile dedica attenzione al gender pay gap, ma la maggiore debolezza del mercato del lavoro femminile e quindi la difesa dell’esistente ha sempre preoccupato maggiormente, tanto più negli ultimi mesi trascorsi ad affrontare da parte delle donne, di nuovo un quotidiano più pesante di prima, e una collocazione lavorativa più labile di prima.
[1] MARIO STOPPINO, Potere, in Dizionario di politica, a cura Fiorenza di NORBERTO BOBBIO, NICOLA MATTEUCCI, GIANFRANCO PASQUINO, Torino, Utet, 1990, p. 838 e ss.
[2]SOFIA VENTURA, Potere, in Parola di donna, Milano, Ponte alle Grazie, 2011, p.233. Lo racconta bene Benedetta Craveri in Amanti e regine. Le donne, sorelle, mogli, madri e amanti sono potenti, ma consapevoli che “la Storia … rimane appannaggio ufficiale degli uomini e per inserirsi nei suoi ingranaggi senza venirne stritolate, bisogna mascherarsi, giocare d’astuzia, crearsi alleati potenti, distribuire favori, sedurre, corrompere, punire e sapere, al momento giusto, uscire di scena”.
[3] Si veda MIMMA DE LEO- FIORENZA TARICONE, Le donne in Italia. Diritti civili e politici, Napoli, Liguori, 1992, p. 58 e ss.
[4 ] Mater Studiorum. La presenza femminile dal XVIII al XX secolo, Bologna, Clueb, 1988.
[5] Si veda VERONIQUE NAHOUM-GRAPPE, L’estetica: maschera tattica, strategia o identità velata, in GEORGES DUBY-MICHELLE PERROT, Storia delle donne. Dal Rinascimento all’età moderna, a cura di Natalie Zemon Davis e Arlette Farge, Roma-Bari, Laterza, 1991.
[6] Fra gli strumenti più tremendi, lo strappado, una puleggia che permetteva di sollevare in alto la vittima con le mani legate dietro alla schiena. Talvolta ai piedi venivano legati pesi notevolissimi in modo che strappando bruscamente la corda le articolazioni delle braccia fuoriuscivano. In Spagna era in voga ingurgitare enormi quantità di acqua; altrove, infilare più volte ed estrarre uno straccio bagnato in gola; oppure il tormentum insomniae la veglia forzata di 40 e più ore che riduceva la vittima a scambiare il carnefice per un amico con cui confidarsi. Estremamente spettacolare era la cosiddetta culla di Giuda, in genere applicata ai sodomiti e alle streghe. Gli imputati venivano legati a diverse corde in trazione appoggiati con le gambe divaricate su un cuneo di ferro. Allentando le corde a poco a poco, il peso del corpo faceva penetrare il cuneo nell’ano o nella vagina, ed era usata soprattutto nel Cinque e Seicento per le donne amanti del diavolo. La condanna delle streghe soddisfaceva anche il gusto dell’erotico in epoche sessualmente repressive. La gogna imprigionava donne con il seno nudo, testa e braccia nei legni, oppure con le gambe scoperte fino all’inguine e la caviglia nei ceppi. Anche la ruota costringeva le donne a spogliarsi o ad indossare vesti molto succinte. La flagellazione del resto si prestava a soddisfare gusti sadici, poiché la donna era scoperta con le spalle e il seno, mentre le sue urla e le contrazioni erano considerati uno spettacolo appetibile, che attirava le curiosità dei ceti più elevati. Ma anche altri tipi di condanne divertivano molto come l’annegamento degli eretici in botti piene di sale e acqua o aceto; oppure la sepoltura da vivi. La tortura variava secondo la gravità, e comprendeva cinque livelli: la terrizione, cioè la semplice minaccia della tortura, quella lieve, il terzo prevedeva la sollevazione per un tempo maggiore, il quarto livello era stato regolamentato dalla bolla papale di Paolo III nel 1548, con un tempo massimo per la corda di un’ora, infine l’ultimo dove potevano essere applicati tutti gli strumenti. Tortura estrema era il rogo riservato a eretici, ebrei, bestemmiatori, sodomiti e streghe. Lo Stato allestiva i roghi, e ordinava di ammucchiare le fascine nella piazza principale. Un numero per capire meglio: nel 1595 il procuratore generale della Lorena, nel suo libro Daemonolatreia, informava i suoi fedeli di aver ucciso in 15 anni di attività circa 900 streghe, ma purtroppo per le vittime lavorò per vent’anni. Pierre de Lance, pubblico ministero nella regione basca della Francia, era convinto che tutti i trentamila abitanti del proprio distretto fossero streghe; in quattro mesi, anno di grazia 1609, fece morire sul rogo 600 persone e tre preti. La prova dell’acqua infine aveva un che di beffardo: chi era sospettato, veniva legato strettamente e immerso in un corso d’acqua; se galleggiava voleva dire che l’acqua rifiutava gli amici del diavolo, se andava a fondo era innocente; in ogni caso la morte era assicurata.
INTERVENTO di DALILA NOVELLI (Presidente onoraria Associazione Assolei onlus)
TITOLO: VIOLENZA ECONOMICA, L’ESPERIENZA DEGLI SPORTELLI DI ASCOLTO
Sono Dalila Novelli e mi occupo di violenza sulle donne da oltre trent’anni. Ho costituito e gestisco insieme ad altre volontarie Centri antiviolenza e sportelli di ascolto e consulenza legale e psicologica a Roma. Ormai Assolei opera in 5 sportelli in tre municipi di Roma nel primo, nel quinto e nell’ottavo.
Dalla Conferenza di Pechino del 1995 ad oggi sono passati trent’anni e molta fatica delle donne per ottenere il riconoscimento dei loro diritti e il cambio di paradigma nella lettura del mondo, nel rapporto tra i sessi e nel ripristino della parità sostanziale, a partire da quella economica.
Vorrei qui citare tra le varie tappe di questo percorso, la Convenzione di Istanbul del 2011, che in un passaggio fondamentale ha definito come la violenza economica si riferisca “ad atti di controllo e monitoraggio del comportamento di una donna in termini di uso e distribuzione del denaro, con la costante minaccia di negare risorse economiche, ovvero attraverso un’esposizione debitoria, o ancora impedendole di avere un lavoro e un’entrata finanziaria personale e di utilizzare le proprie risorse secondo la sua volontà”.
In pratica,la violenza economica si realizza attraverso: l’impedimento nell’acquisizione delle risorse, l’impedimento all’accesso alle risorse disponibili, il consumo delle risorse della vittima”.
Per fare qualche esempio concreto raccolto dai racconti delle donne che si rivolgono agli sportelli di Assolei per soprusi domestici subiti, succede spesso che il partner, e non solo, costringa la compagna a scegliere tra famiglia e lavoro, spingendola ad abbandonare o a non cercare l’autonomia finanziaria anche attraverso plagi e manipolazioni psicologiche.
In questo modo, il potere maschile si perpetua, tenendo le donne costantemente sotto il ricatto del denaro e ad esercitare così anche un pesante controllo sulla loro vita. In altri casi, accade che la donna non abbia accesso alle finanze familiari: succede spesso che gli uomini tengano mogli e compagne lontane da investimenti e decisioni importanti oppure non consentano loro di avere un conto corrente proprio. E ancora: c’è il caso dei due partner che hanno un conto co-intestato, gestito però solo dall’uomo.
Un secondo modo di esercitare la violenza economica è quello di impedire la conoscenza delle risorse disponibili per la famiglia. La donna, cioè, non solo non può gestire le finanze familiari ma non è neanche consapevole della reale situazione economica, non sa quali sono le entrate e le uscite, per esempio.
Ma attenzione questi atteggiamenti appartengono ad un retaggio condiviso a volte dalle donne stesse, dalla cultura che viene loro trasmessa da ogni fonte (famiglia, istituzioni religiose, mass media, pubblicità) e soprattutto da contesti familiari che non sempre infondono nelle donne l’importanza dell’autonomia e dell’indipendenza economica. E questo ancora oggi nel secondo millennio e dopo le lotte di emancipazione femminista del Novecento. Da qui dobbiamo partire se vogliamo davvero restituire alle donne piena libertà di vita e quindi anche libertà dalla violenza.
Tornando alle fattispecie affrontate da Assolei nell’attività di ascolto e consulenza,
la storia di Tiziana è emblematica. Lei ci racconta ad esempio, che pur avendo avuto per anni un lavoro di responsabilità e ben remunerato è stata costretta per oltre trenta anni, dal marito a lasciargli la gestione di tutte le finanze familiari. Lui elargiva solo i soldi per la spesa e le prime necessità, talvolta in misura inadeguata, magari facendo pesare le sue elargizioni economiche come concessioni generose. Quando Tiziana è andata in pensione forzata, perché la crisi aziendale l’ha costretta prima alla cassa integrazione e poi al licenziamento, il marito le ha sottratto anche la liquidazione di cui lei non ha avuto più traccia. Quindi, senza lavoro e senza disponibilità economiche è entrata in una forte depressione fino a quando non si è rivolta ad Assolei.
L’abbiamo aiutata ad uscire dalla tenaglia vessatoria del marito e a riprendersi faticosamente la sua vita. Purtroppo ha dovuto lasciare lei l’abitazione per non perpetuare la condizione di subalternità nella quale era imbrigliata, ha dovuto lasciare i due figli maschi che hanno solidarizzato col più forte, col padre, avendo ricevuto un modello patriarcale e un lavaggio manipolatorio del cervello, da cui non hanno avuto capacità e coraggio di affrancarsi. E naturalmente da questo vulnus nei suoi affetti più importanti lei ha ricevuto un’ ulteriore mazzata e un dolore indicibile. Naturalmente tutto il processo e il percorso è ancora in fase di definizione. Ma almeno la nostra amica ha ora una casa tutta per sé, grazie all’aiuto anche dei familiari, e presto riuscirà ad avere la sua pensione che si gestirà in autonomia. Anche se non siamo certe che la ferocia persecutoria del marito non si riaffacci e non si espliciti attraverso il processo legale che stiamo curando in tutti i particolari per restituirle a Tiziana giustizia e futuro.
Questa è solo una delle tante fattispecie che si presentano puntualmente negli sportelli di ascolto di Assolei e che presentano tristi elementi di analogia fra di loro.
In moltissimi casi, il partner gestisce tutti gli acquisti in prima persona, non consentendo alla donna nemmeno di fare la spesa, a volte negandole anche il minimo sostentamento per la famiglia e le esigenze primarie di casa e salute.
Ci è capitato di imbatterci in partner che fanno indebitare la vittima o ne dilapidano il patrimonio familiare. Solo per fare qualche esempio, vi cito il caso di una donna, Rosalba, costretta a firmare documenti non chiari che si sono rivelati una truffa vera e propria; è stata costretta, con condizionamenti psicologici a intraprendere investimenti rischiosi a suo nome, il compagno l’ha fatta indebitare, con la promessa di progetti fumosi, ad acquistare beni che interessano solo lui, intestandoseli direttamente. Il tutto facendo leva sull’affettività ed il rapporto fiduciario a cui le donne si affidano. Col risultato che la nostra amica si ritrova a rischio di procedimento penale e addirittura di subire una detenzione carceraria.
Ecco, di fronte a questi casi emblematici e per nulla sporadici, noi dovremmo fare molto di più in termini di prevenzione. Ad esempio una campagna pubblicitaria ad hoc. Si debbono mettere le donne in guardia rispetto alla loro ingenua disponibilità, spesso legata ad un malinteso concetto di affettività che si traduce in un inferno esistenziale e che provoca lividi e ferite più indelebili di quelle fisiche.
Ci si chiede spesso perché le donne non si ribellano. Il problema è che l’ombrello culturale nel quale viviamo ci condiziona e non ci rende veramente libere. Se pensiamo che le ragazze ricevono modelli educativi romantici e assolutamente fiabeschi e fuori della realtà, in cui la mamma si occupa dei figli nella dedizione totale e nel lavoro di cura. Modelli in cui la ripartizione dei compiti è inesistente e la cura della prole, o degli anziani, se non affidata alle donne, viene letta come un abbandono che viene stigmatizzato ancora oggi. Da questi racconti si capisce anche perché la libertà econmica da raggiungere è prima di tutto culturale, psicologica e comporta un processo di cambiamento che non sembra purtroppo abitare nelle priorità di questa generazione, anche di donne e che è riconducibile a macchia di leopardo anche a diverse aree del mondo, ancora troppo ampie. E purtroppo anche il nostro Paese sembra aver interrotto un processo emancipatorio e culturale ricacciando le donne in ruoli tradizionali per i quali sono costrette a rinunciare alla crescita professionale e quindi anche economica. Dobbiamo lavorare molto ancora soprattutto sulla formazione delle giovani generazioni. La scuola da questo punto di vista è un bacino fondamentale nel quale dobbiamo cercare di far emergere l’insostenibilità di stereotipi e convinzioni radicate da modelli e condizionamenti. L’associazionismo femminista lo fa da tempo ma la regolare attenzione a questi temi deve vedere le istituzioni coinvolte e attente a favorire il processo e i percorsi che sono il vero motore di libertà, per le generazioni di donne future e in fondo per la società intera.
Grazie per l’attenzione!!
Dalila Novelli, 67 anni, nata a Roma dove risiede da sempre. Ha tre figli e 4 nipoti. Ha lavorato 35 anni come dipendente della Camera dei Deputati occupandosi di documentazione e ricerche per i parlamentari.
Ha conseguito la tessera di giornalista pubblicista dall’aprile del 2008.
Esponente sindacale si è dedicata da sempre all’Associazionismo e in primis di Assolei sportello donna onlus, di cui è oggi Presidente onoraria. Assolei è un’Associazione di Promozione sociale che ha fondato nel 1993 insieme ad altre donne impegnate nel sindacato e nel femminismo storico. In Assolei ha rivestito la carica di Presidente e legale rappresentante per 10 anni avviando una serie di iniziative per estendere gli sportelli di ascolto in vari quartieri di Roma.
Intervento di Anne Nègre, Presidente della UWE
L’università Donne d’Europa. Il gruppo europeo delle laureate
Azione a favore della parità di retribuzione tra donne e uomini al Consiglio d'Europa
Cara Presidente, Cara Gabriella, Cara amica, sempre così dinamica e intraprendente, stasera ci proponi una tavola rotonda su un argomento davvero cruciale
È un onore trovarmi con voi stasera; come vorrei essere lì a Roma, ma sono a Strasburgo, al Consiglio d'Europa.
I. Il Consiglio d’Europa ?
1.1. Il ruolo del Consiglio d’Europa è salvaguardare i diritti umani e lo stato di diritto di 830.000.000 di cittadini a partire dal Trattato di Londra del 5 maggio 1949
• il Consiglio d’Europa è un'organizzazione intergovernativa internazionale,
uno spazio giudiziario comune di 47 paesi europei, sostenuta da 200 trattati che riguardano ogni area, tranne la difesa.
Tra questi troviamo:
La più importante è la Convenzione sui Diritti Umani redatta con la Corte Europea dei Diritti Umani, poi,
La Carta Sociale Europea del 18 ottobre 1961 aggiornata il 3 maggio 1996, monitorata dagli Stati membri mediante il Comitato europeo dei diritti sociali che promuove reclami collettivi dal 9 novembre 1995. Celebra il suo 60esimo anniversario
https://www.coe.int/fr/web/turin-european-social-charter
e la Convenzione di Istanbul 2011, per la lotta alla violenza domestica
La Turchia ha appena annunciato il suo ritiro. È prima volta che uno Stato membro si sia ritirato da un importante trattato. È grave per la Turchia, grave per tutti.
https://www.coe.int/fr/web/istanbul-convention/grevio
1.2. I quattro pilastri del Consiglio d’Europa
• Il Comitato dei Ministri, attualmente presieduto dalla Germania
• L’Assemblea parlamentare, i cui membri sono nominati dai parlamenti nazionali
• Il Congresso dei poteri locali e regionali d'Europa, un organo consultivo che rappresenta circa 200.000 comunità, composto da due camere di poteri locali l’una, regionali l’altra
• La Conferenza delle OING. Le OING membri della Conferenza agiscono per influenzare il Consiglio d'Europa, sia con le loro riflessioni sui temi, sia attraverso il monitoraggio dell'applicazione delle convenzioni nei diversi stati.
1.3 Come funziona il Consiglio d’Europa?
conoscersi, promuovere la pace, la tolleranza e il rispetto reciproco.
II. L’EGUAGLIANZA È AL CENTRO DEL CONSIGLIO D’EUROPA
2.1. Come render “mainstream” la parità all’interno del Consiglio d’Europa
· Il “mainstreaming” dell'uguaglianza mira al raggiungimento di della parità reale tra i generi
· A partire dal 2012, 40 relatori si occupano della parità per conto del Consiglio d'Europa
· Testi votati dal Comitato dei Ministri per gli stati e ai quali io ho partecipata
· La raccomandazione concernente il ruolo delle donne nel settore audiovisivo
· La raccomandazione concernente la prevenzione di e la lotta al sessismo
· La raccomandazione concernente le donne migranti al momento attuale
· La strategia a favore dell'uguaglianza
2.2. La strategia per la parità del 7 marzo 2018 - 2023 che gli Stati membri sono invitati ad attuare
Obiettivo 1. Prevenire e combattere gli stereotipi di genere e il sessismo.
Obiettivo 2 Prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica
Obiettivo 3. Garantire la parità di accesso delle donne alla giustizia.
Obiettivo 4. Garantire una partecipazione equilibrata di donne e uomini nei processi decisionali politici e pubblici
Obiettivo 5. Garantire i diritti delle donne e delle ragazze migranti, rifugiate e richiedenti asilo.
Obiettivo 6. Integrare le questioni relative all'uguaglianza di genere in tutte le politiche e le norme
III. COME POSSIAMO AGIRE RISPETTO ALLA DISUGUAGLIANZA SALARIALE, MANCANZA DI DONNE IN POSIZIONI DECISIONALI NEGLI STATI MEMBRI DEL CdE?
Una lotta storica è stata quella a favore del voto alle donne
, la parità di retribuzione è una lotta focale che condiziona le altre.
• La Carta Sociale Europea è considerata la costituzione sociale dell'Europa e il Comitato europeo dei diritti sociali e responsabile del monitoraggio dell'applicazione della Carta sociale nei 43 dei 47 Stati membri che l'hanno ratificata
• Un trattato del 1995 ha dato via ad azioni dette denunce collettive a favore della democrazia; sono riservate ai sindacati e alle ONG
• Se il reclamo collettivo è fondato, viene esaminato dal Comitato dei Ministri
• Il Comitato dei Ministri emette una risoluzione
• Il paese implicato deve eseguire la risoluzione entro 2 anni, ma non esistono sanzioni
3.1. L’ UWE decide di entrare in BATTAGLIA
· 29 agosto 2015: L'Assemblea Generale dell'UWE ha votato la mia proposta di azione, all’unanimità
3.2 L’autorizzazione (il potere= empowerment) di presentare reclami collettivi
· 28 10 2015: Il Comitato dei Ministri autorizzava la UWE a presentare reclami collettivi in caso di violazione della Carta sociale europea
3.3. Reclami collettivi contro tutti i 15 Stati che li accettano
• Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Finlandia, Francia, Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Slovenia, Svezia, Norvegia
• Le ricerche si effettuano nei paesi che accettano le rivendicazioni collettive; frutto di un grande lavoro
• 24 08 2016: in qualità di legale dell’UWE e su base pro bono, ho sottoposto 15 reclami collettivi alla Segreteria della Carta Sociale riguardanti due violazioni della Carta Sociale
1 ° reclamo: il mancato rispetto della parità di retribuzione per lavoro uguale, simile o comparabile tra donne e uomini
2 ° reclamo: la sotto rappresentanza delle donne in posizioni decisionali presso le società private, non solo nei consigli di amministrazione ma anche nei comitati esecutivi.
Ha visto la produzione di circa 80/120 carte per nazione.
https:/www.coe.int/fr/web/turin-european-social-charter/pending-complaints
3.4. L'ammissibilità dell’UWE viene contestata
• 12 paesi contestavano l'ammissibilità dell’UWE. La Francia, il Portogallo e la Svezia non l’hanno contestata.
• Il 4 luglio 2017, l'ECSR dichiara l'UWE ammissibile, all'unanimità e per tutti i 15 reclami collettivi.
3.5. L’attività dell’UWE è giustificata?
• La Carta sociale impone un obbligo di risultati, non di mezzi
• Cerca di promuovere la dignità, l’autonomia, l’uguaglianza e la solidarietà come ribadito da Anne Nègre a nome dell’UWEa favore dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori europei
3.5.1. violazione 1a: il mancato rispetto della parità di retribuzione per un lavoro uguale, simile o comparabile
3.5.2. violazione 2a: sotto-rappresentanza delle donne nei consigli di amministrazione e nei comitati di gestione di società private
3.6. Interventi a supporto della procedura
• Il Commissario del Consiglio d'Europa per i diritti umani sostiene l'azione dell’UWE
Nils Muiznieks, ha rilasciato una dichiarazione ufficiale
• Due ex-presidenti del Comitato Europeo dei Diritti Sociali:
· Jean Michel Belorgey della Francia e
· Luis Jimena Quesada della Spagna, hanno pubblicato un'intervista su YouTube dove dicono di considerare essenziali reclami collettivi che consentono all'ECSR di pronunciarsi secondo la legge
• La Confederazione Sindacale Europea, 45 milioni d’iscritti, si pronuncia a favore:
• EQUINET viene coinvolto nelle procedure di reclamo collettivo dell’UWE
La Rete Europea degli Organismi per la Parità partecipa per la prima volta in una denuncia collettiva, sempre a sostegno, tranne quando non è in grado di farlo, come nel caso dell'Italia.
• L'UNIONE EUROPEA partecipa per prima volta attraverso la sua Commissione in appoggio alle procedure di reclamo collettivo dell’UWE3.
IN CONCLUSIONE, ABBIAMO VINTO contro 14 Stati Membri. Una domanda rimane: perché è stata ritenuta che la Svezia non abbia violato la Carta?
Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali è stato cauto nel caso dell’Italia, quindi, non esiste
• alcun problema rispetto al riconoscimento e all’applicazione del diritto alla parità di retribuzione per uguale lavoro o lavoro di pari valore,
• alcun problema rispetto al riconoscimento e all’applicazione del diritto alla parità di retribuzione
• alcun problema per quanto riguarda l'accesso a rimedi efficaci;
• alcun problema per quanto riguarda gli organismi di parità, mentre esiste
• un problema di trasparenza retributiva non garantita nella pratica
• un problema di mancata raccolta di dati statistici riguardanti i salari e progressi misurabili per la promozione delle pari opportunità di parità di retribuzione; non esiste
• alcun problema in merito alla rappresentanza equilibrata delle donne in posizioni decisionali nelle aziende private
Le 15 decisioni furono segnalate al Comitato dei Ministri il 28 febbraio 2020 ma non furono rese pubbliche fino al 29 giugno 2020.
Hanno ricevuto le pubbliche congratulazioni del Segretario Generale del Consiglio d'Europa.
Sul sito della Carta Sociale troverete le schede informative e persino un film su YouTube,
Digitando UWE Council of Europe troverete questi reclami collettivi e le decisioni.
Ma per la prima volta e dopo 10 mesi, il Comitato dei Ministri non ha preso alcuna misura perché che questi stati applichino le decisioni raggiunte.
Spetta a noi agire per rafforzare il Comitato dei Ministri.
Le reazioni degli Stati membri mostrano che diamo fastidio, sanno che ci vengono dati dei diritti, che li esercitiamo, ma spesso il risultato è il malcontento degli stati.
Le decisioni formulate dall'ECSR ora esistono, e questo rappresenta un passo molto grande, ha finalmente pronunciato una legge riguardante questi temi anche se le decisioni sarebbero potute essere più audaci
Un segnale di avvertimento è stato consegnato agli Stati; è un passo avanti nella lotta per l'ottenimento di questi diritti fondamentali per le donne
A questo link trovate gli abstract delle relazioni presentate alla Tavola Rotonda organizzata da Alef per celebrare l'evento 603360, il 28 aprile 2021:
https://drive.google.com/file/d/1yDVcR2KOJ_beTxksFyi5kQcn78cRW3gi/view
Questo invece è il link dove trovate il video registrato della TR:
https://www.dropbox.com/sh/qvs7249lga97zzw/AAB3NVOIcBe3aAbN_XG9z9HFa?dl=0
ALEF VIDEO_search
Le Ragazze e la lunga marcia per i diritti delle Donne
Progetti ALEF a favore della leadership femminile
(2007) Azioni per la Leadership & l’Empowerment Femminile
progetto innovativo europeo finanziato dal FSE, svolto a Roma, settore formazione politica, ha coinvolto cinquanta donne con 110 ore di lezioni ed incontri nei quali si è trattato anche il tema della “Funzione ed Azione del Mentoring”
(2007) Elaborazioni teoriche per la costituzione di un Osservatorio di genere sulla leadership femminile
contributo alla fondazione dell'Osservatorio Interuniversitario. Università Sapienza, Roma
(2012 - 2013) Donne, Politica, Istituzioni - Pari Opportunità teoria prassi, seminario di studi su leadership e empowerment femminile dell'ambito dell'omonimo progetto organizzato da Università Sapienza Roma, Dipartimento di Scienze Politiche
(luglio 2020) Adesione all'invito "Manifestazione di interesse" Presidenza Consiglio dei Ministri - DPO
(ottobre 2020) Presentato alla Presidenza Consiglio dei Ministri - DPO il progetto " Scienziate di ieri, di oggi, e di...domani" in partenariato con Assolei onlus e Scuola Maria Ausiliatrice - Istituto Salesiano Paritario, Roma
(ottobre 2020) Stipulata con l'Università di Padova la convenzione "Tirocinio di formazione ed orientamento"
Elaborazione teorica e partecipazione per il raggiungimento degli obiettivi posti dall’ Agenda 2030, dall' ASviS - Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, articolata in 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable development goals - SDGs nell'acronimo inglese), Roma 2015, con specifica attenzione ai seguenti Obiettivi / Goals : 1.o Obiettivo - Sconfiggere la povertà che penalizza soprattutto donne e bambini, 4.o Obiettivo - Istruzione di qualità, 5.o Obiettivo - Parità di genere, 11.mo Obiettivo - Città e comunità sostenibili, 13.mo Obiettivo – Lotta contro il cambiamento climatico.
Pur privilegiando sul piano delle azioni concrete gli Obiettivi/ Goals sopraddetti, ALEF opera affinchè il tema della parità di genere sia trasversale a tutti gli Obiettivi/ Goals.
ALEF è inserita nel comitato 603360 - Rete per la Parità
LE DONNE E LA PANDEMIA DA COVID-19
Tavola rotonda promossa da Fildis
Federazione Italiana Laureate e Diplomate Istituti Superiori, 16 gennaio 2021
estratto dall'intervento della presidente ALEF Gabriella Anselmi
"UBUNTU.
Un antropologo propose un gioco ad alcuni bambini di una tribù africana.
Mise un cesto di frutta vicino ad un albero e disse ai bambini che chi fosse arrivato prima avrebbe vinto tutta la frutta.
Quando fu dato il segnale di partenza, tutti i bambini si presero per mano e si misero a correre insieme. Poi, una volta preso il cesto, si sedettero e si godettero tutti insieme il premio.
Quando fu chiesto loro perché avessero voluto correre insieme, visto che uno solo avrebbe potuto prendere tutta la frutta, risposero in coro "UBUNTU: come potrebbe uno essere felice se tutti gli altri sono tristi?"
UBUNTU
nella cultura africana vuol dire: IO SONO PERCHE' NOI SIAMO".
Tutti i diritti riservati | ALEF ASSOCIAZIONE LEADERSHIP E EMPOWERMENT FEMMINILE disegnated by redpress